VINARIUS Associazione Enoteche Italiane - COMUNICATI

BRUNELLO MODERNO O BRUNELLO E BASTA: l'identità del Sangiovese fra affarismo e coraggio
Aperto e duro confronto fra Rivella e Ziliani: adesso la parola ai produttori

Si è svolto Venerdì 3 ottobre nell'Aula Magna Storica dell'Università di Siena l'attesissimo faccia a faccia tra Ezio Rivella e Franco Ziliani organizzato da Vinarius, l'Associazione delle Enoteche Italiane. (http://www.vinarius.it/ per scaricare l'intera registrazione del dibattito).

Non ci possono essere due soggetti più diversi che Ziliani e Rivella; se ci mettiamo poi la presenza di un uomo più unico che raro come Baldo Cappellano esce un quadro chiaro del faccia a faccia di Venerdì a Siena: si sono misurate senza esclusione di colpi ma anche con grande vigore due idee totalmente diverse di intendere il modo di fare vino e di farlo all'interno di territori fortemente connotati come in questo caso Montalcino. Le ragioni della grande impresa che raccoglie e trasporta in un circuito imprenditoriale aggressivo e strutturato le caratteristiche di un vino di tradizione trasformandolo in pochi anni da vanto e suggestione di pochi a mito mondiale si sono trovate a fare i conti con un'altra visione, più scarna, più "local", più rigida, forse anche più romantica, ma di certo anche più in linea con il ripetersi affascinante della storia di terra e di cantina del Sangiovese di Montalcino come del Barolo in Langa.

Rivella è a modo suo un esemplare interprete dei nostri tempi; accorto e preparato nell'intuire e incoraggiare in senso affaristico le esigenze dell'espansione industriale del vino italiano sui mercati mondiali, è stato autore di progetti aziendali vincenti e a lungo anche "sgamato" padre-padrone " nel mondo del vino italiano che conta. Il suo nome è inscindibilmente legato a Montalcino, dove è innegabile per chiunque del resto l'enorme contributo che un certo numero di aziende importanti - e una in particolare - ha dato alla visibilità del Brunello nel mondo, togliendolo da un pur mirabile contesto storico e aritocratico italiano e assurgendolo a simbolo incontestato del made in Italy vinicolo. Rivella ha parlato (talora anche con una notevole prepotenza..) di sufficienza del criterio di VINO BUONO per affrontare la questione del disciplinare del Brunello: se i mercati internazionali hanno premiato con numeri impressionanti i Brunelli diciamo "migliorati" dall'uso ormai ammesso quasi apertamente di vitigni esclusi dal disciplinare, vuol dire che erano proprio come il gusto dei consumatori li voleva, quindi non ha senso difendere la cosiddetta purezza di un vitigno peraltro scorbutico e poco suggestivo come il Sangiovese. E' tutta qui la filosofia che muove il partito dei modernisti: fabbricare i vini come vuole il mercato, come vuole il gusto del momento in America, come in Giappone, come in Corea, come in Cina. Vittorio Fiore, che ha affiancato Rivella, ha parlato diffusamente delle leggi che disciplinano la nostra produzione, citando ad contrarium i disciplinari scarni di Bordeaux e Bourgogne, nei quali non si trovano tracce di tutti i vincoli che ingessano a suo dire la possibilità del singolo produttore di personalizzare il suo vino con tagli e inserimenti liberi che lo distinguano fra gli altri della denominazione.

La strada maestra del modernismo all'italiana sarebbe dunque quella di considerare non essenziale il criterio della tipicità territoriale del monovitigno, di considerare funzionale alla conquista dei mercati internazionali una maggiore "fantasia" in cantina, di premiare con vini immediati e rispondenti al gusto di un consumatore anche inesperto le richieste provenienti dai nuovi mondi, mettendo a disposizione di quanti più possibile fruitori anche vini importanti che altrimenti rischierebbero di essere confinati in un olimpo minoritario per la loro "unicità".

Ziliani, da sempre strenuo difensore della assoluta originalità dei vitigni italiani "in purezza", ha affrontato puntigliosamente la materia e non poteva scegliersi partner migliore di Cappellano, piemontese di colta mitezza d'altri tempi, capace di incarnare con fermezza adamantina l'anima del vignaiolo che dialoga con la sua terra e col mondo. Distanze concettuali forse incolmabili sono subito apparse evidenti: da un lato le chiare ma anche arroganti esigenze di un mondo imprenditoriale che ha investito in modo smisurato su un territorio portando avanti un proprio disegno commerciale che ha di fatto condizionato nel bene e nel male tutti quanti i produttori , dall'altro il sogno possibile di una viticultura di territorio a misura d'uomo, dove ogni singolo può e deve puntare all'eccellenza, dove migliaia di bottiglie si fanno si, ma tutti insieme e tutti rispondendo ad una logica superiore a quella del proprio marchio. Queste le discriminanti: la forza e la bravura del singolo avverso lo strapotere del capitale industriale; il progetto produttivo legato eticamente all'anima del territorio e quello volto solo a fare mercato; la comunicazione tenace di uno stile e di una storia comuni avverso la comunicazione strumentale di suggestioni mediatiche costruite su presunte richieste del mercato. La scommessa futura è individuare un presupposto comune per il comune obiettivo di mantenere e stabilizzare le posizioni del Brunello nel mondo.

La ventilata possibilità di aprire il disciplinare del Brunello a tagli migliorativi fino al 15% corrisponde alla precisa esigenza ( o speculazione??..) commerciale di portare il Brunello ad essere meno ilcinese e più internazionale, consentendone produzioni di massa con caratteristiche idonee ad essere apprezzate da una platea universale; l'attaccamento totale all'uso del nome Brunello piuttosto che alla esaltazione del singolo marchio come sarebbe più coerente sta a dimostrare come la necessità di cambiare il disciplinare sia vista come salvifica da parte di quel partito produttivo che a Montalcino di fatto esiste e vuole tutto a "suo modo": uso del nome Brunello e disciplinare aperto per continuare a produrre - questa volta liceamente - un Brunello buono come il mondo vuole.

Dall'altra parte esiste l'etica, la forza delle idee, il coraggio di appartenere ad una storia e ad un territorio e di conseguenza il coraggio di dare il giusto peso al fatto che si sono affermati anche Brunelli di Sangiovese e basta, purchè ben fatti. Esiste anche quel valore immateriale che è insito nel terroir e che deve vincere anche su chiunque vada in quel terroir per farci vino. Ecco perchè in Borgogna basta un disciplinare di poche righe: tutti sanno cosa devono o non devono fare. Tragica invece è stata la gestione del territorio Montalcino, sciagurata l'insipienza di un Consorzio che non ha voluto vedere e non ha visto, non ha indirizzato, ha consentito, è soggiaciuto, non ha proibito, non ha difeso, non ha parlato. E la menzogna ripetuta alla fine ha ferito il mito. Spiegabile ma non giustificabile il perdurante silenzio dei produttori, che hanno ceduto alla paura e interpretato gli eventi recenti come una guerra contro qualcuno senza invece capire che era il momento di fare tutti insieme qualcosa di giusto e di vero, assolutamente possibile per tutti. E questa opportunità era ed è solo nelle loro mani.

Non c'è stata una conclusione reale, ma solo la domanda sospesa "Che cosa decideranno i produttori", e questo in un contesto ormai chiaro delle ragioni passate e del futuro possibile per il Brunello.

La personalità dei partecipanti - pur nella totale diversità delle posizioni - ha fatto sì che la sensazione prevalente sia stata quella di voler almeno tentare di parlare evitando uno sterile fuoco di fila incrociato, perchè non serve a nessuno - fuori dal tribunale - cercare colpevoli, ma solo bisogna adesso convertire in straordinaria opportunità comune la ricerca di una identità vera e unica del Brunello, cui non prodest diventare un oggetto di consumo per palati ignoranti, ma rimanere un mito per consumatori intelligenti, che garantiranno con il loro rispetto il futuro dei produttori di Montalcino. Non si tratta dunque di qualcuno contro qualcun'altro, ma tutti insieme a favore di un territorio dove riportare ordine e chiare regole, partendo dal presupposto che l'originalità esclusiva del Sangiovese di Montalcino è una opportunità e non un limite. Chi vuole fare altro lo faccia a suo nome, non inventandosi un taglio a proprio uso e consumo.

Vinarius ringrazia Rivella, Fiore, Ziliani e Cappellano per aver accettato un confronto diretto che si è rivelato importante per i significati che ha espresso, in un mondo dominato soprattutto da spietati da interessi commerciali e che invece si gioca il proprio futuro solo fissando e condividendo valori etici immateriali. Valori non negoziabili, come l'identità del Sangiovese Grosso o "Brunello" di Montalcino.

 

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